FRANTI.


PLAYLIST

Playlist è un progetto nato dall’idea malsana di trasformare albums musicali in "concept music novels".
Ogni album musicale viene interpretato in chiave letteraria e trasformato in un romanzo di strada; ad ogni canzone corrisponde un racconto breve ispirato al testo originale della canzone in una amalgama caleidoscopico di testi re-interpretati come viaggi onirici nelle terre italiche, povere di spirito e ricche di sogni.
Ogni riferimento a persone e luoghi è puramente casuale essendo un'opera di ingegno dell'autore.

Prove it all night Bruce

Tutti hanno un desiderio, un desiderio a cui non possono resistere, Ci sono talmente tante cose che vorresti, tu meriteresti molto più di questo. Ma se i sogni si avverassero, oh, non sarebbe bello? Ma questo non è un sogno, noi lo stiamo vivendo stanotte, Ragazza, lo vuoi, lo prendi, ne paghi il prezzo.

La serata allo Strip Bar finisce con una laconica sega sparatami nel cesso dell’Open House alle 3 di notte, dopo che Candiska mi aveva comunicato la sua intenzione di spennare un pollastro calvo e tronfio di grana che le aveva offerto di consumare una bottiglia di champagne da 120 carte in cambio di uno spogliarello nel privé del locale.

Non che l’idea del grassone con la calvizie intento a piazzare la mano sul culo di Candiska mi faccia impazzire, ma data la ragguardevole cifra di 120 carte, non posso che convenire con la mia amata manza sul fatto che la stessa potrebbe far comodo per la scorta mensile di 4 salti in padella Findus.

Dopo aver espletato l’incombenza masturbatoria utilissima per la profilassi della mia prostata, mi dirigo verso l’uscita del locale, e senza dirci alcunché con un cenno della testa saluto Ivan, l’eroico buttafuori polacco, in quel momento intento a convincere un troione rumeno a sganciargli un pompino gratis a fine serata.

La mia macchina è da circa tre mesi in un’officina di riparazione stante un piccolo contenzioso attualmente in essere con l’officina circa la possibilità di pagare il conto del nuovo spinterogeno a mezzo poesie settimanali dedicate alla moglie del proprietario, quindi privo di mezzi di locomozione mi incammino intabarrato percorrendo le strade del quartiere.

Il mio quartiere, un incantevole nessun posto in un altrettanto delizioso nessun luogo, è solo la pallida imitazione di quel formicaio umano dell’epoca che fu, e ora in questi paraggi si possono incrociare solo anonimi parolai e sognatori infranti.

Dei mille e più rovistatori di fogne presenti nella belle epoque, ovvero l’età della mia squattrinata infanzia, un periodo grossomodo intercorrente tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli ’80, ricordo personaggi ormai retrocessi nella memoria collettiva a icone del sottoproletariato estinto e attualmente sostituito da replicanti borghesi senza un’oncia di umanità.

Chissà dove cazzo sono finiti quegli archetipi della demenza metropolitana? Sto parlando di bacherozzi della risma di Dindo Bondo e Fat Polina, Piccolo Cesare e l’incredibile Sgasato Foggia. Mi riferisco a feccia pura come Dodo il Ratto, la bestia mutante che divora i salvaschermi e Sbozzo, il nano frociopatico e presuntuoso affetto da manie religiose, l’ultima volta che l’ho incontrato era convinto che lo Spirito Santo potesse fondare un partito politico, famoso per la sua cavillosità nel distorcere i fatti in ogni dettaglio. Possibile che abbiano deciso di abbandonarsi tutti al sonnambulismo borghese?

Tutti salvi e ben pasciuti, non me lo auguro, soprattutto per loro.

Loro erano i messia dei perdenti, gli apostati delle anime belle persi nelle notti del quartiere e la loro semplice presenza mi rassicurava circa l’esistenza di un barlume di spiritualità nel mondo narcotizzato di quegli anni fatto di telenovelas e televendite.

Per non parlare della Loredana, la mignotta del quartiere o perlomeno l’unica donna che batteva i marciapiedi all’aria aperta e in pieno giorno, al contrario delle casalinghe depresse, con le loro vite deturpate dai sogni del bel fusto con la grana, che si vendevano la notte per due lire ai bancarellari del mercato settimanale per sottrarsi alla vita di stenti e mediocrità che conducevano all’interno dei palazzoni popolari simili a orribili escrescenze urbane.

Loredana a mio modestissimo avviso non era una troia . Proprio no.

Nonostante tutti, in un modo o nell’altro, sostenessero di essersela scopata in lungo e largo, in cuor mio ho sempre sostenuto che Loredana non sia stata una troia bensì una donna di cuori, di fiori e di picche.

Certo lei non faceva niente per smentire le voci che circolavano sul suo conto e si vantava di essere la meglio pollastra del quartiere; che poi facesse girare la testa a tutti i sessantenni al parco e a qualche ventenne ormonale in cerca di facili avventure non credo fosse indicativo di una sua presunta anima mercenaria.

La faccia consunta dal tempo e il corpo sguaiato dagli ottanta chili che si portava appresso notte e giorno, Loredana sculettava per le strade come una Venere de noantri, a suo modo sciantosa nei suoi tubini extralarge e i fuseaux rossi slabbrati anche all’epoca palesemente demodé.

A dire il vero ho sempre pensato che somigliasse a Cyndi Lauper, la cantante pop rivale di Madonna, sebbene obesa e a mio avviso più figa perché la popstar anni ’80 faceva cacare nel suo essere pelle e ossa mentre la Loredana teneva un culo extralarge da farci sogni erotici notte e dì.

Quando ero piccolo lei era già un fenomeno da baraccone in quell’antro di quartiere in cui sono cresciuto. Tutti a dire che la Loredana sì che era una gran bagascia, altro che la Ilona Staller o la Moana Pozzi. Quelle lì trombavano come mercenarie mentre la vaccona nostrana era una vera cultrice del sesso che dispensava a piene mani senza fare differenze di età, sesso, religioni e senza badare alle misure del bel capitato.

Io ascoltavo questi discorsi dei grandi con un misto di curiosità e reverenza per la signorona dai modi allusivi vedendola passare per il quartiere alle 7 di mattina dopo una nottata a sculettare per i marciapiedi.

A quell’ora percorrevo il tragitto che da casa mia conduceva a scuola e non potevo fare a meno di notare lo sguardo severo delle donne, in giro per le prime ambasciate quotidiane, verso i poco commendevoli atteggiamenti della signorona che vagava sino all’alba, sorniona, in cerca di consensi da parte dei borgatari affamati.

Loredana l’ho incontrata per l’ultima volta un paio di mesi fa, prima che il buon Dio la richiamasse a sé per via di un brutto malanno venereo, forse anche lui annoiato dal tran-tran del paradiso e incuriosito dalle doti della signorona. Quando la incontrai indossava un camicione fucsia che le sottolineava il prosperoso petto e un cappello a falde larghe stile impero di un gusto incredibilmente tamarro ma davvero sensuale, soprattutto addosso a una donna di circa 60 anni.

Forse mi ricordava ancora da sbarbato studentello quale ero all’epoca mentre mi ferma e mi dice: “Ehi Franti, che bel giovanotto che ti sei fatto, ce l’hai la fidanzata?”

Le sorrisi ammirandone il look da mejo pupa del gangster e non mi sottrassi all’adulazione: “Beh una fidanzata non proprio, qualche uscita con una manza sciroccata ma niente di che, Loredana, diciamo che di donne come te non ne fanno più, oggigiorno ci sono solo sciacquette e letteronze, niente a che vedere con signore del tuo calibro.”

“Hai ragione figlio mio, che ti credi che non le vedo queste ragazzette a spasso per il quartiere, poca cosa, poco charme, poveri uomini nostri, come si dice oggi, tutti singles, mi pare, beh all’epoca nostra si diceva pipparoli ma ora li chiamano così.”

A questo punto, sciolto il ghiaccio, decisi di soddisfare le più recondite curiosità che avevo sempre nutrito nei confronti del famoso troione del posto. “Ma dimmi Loredana, tu, invece, come mai non ti sei mai sposata? Non dirmi che qui non c’era un uomo a modo con cui mettere su famiglia e non mi dire poi che non li vedi questi signori al parco che ti sbavano dietro al tuo passaggio, mentre ipocritamente si nascondono per la vergogna dei loro pensieri impuri dietro i giornali locali come spie russe del KGB in missione segreta.”

“Povero figlio mio, che ti devo dire, io solo un uomo ho amato nella mia vita, il Boss, un pezzo d’uomo con una minchia tanta che mi pareva John Holmes.”

Non potevo credere di essere messo al corrente degli intimi segreti della Loredana ed ero realmente emozionato per il mio ruolo di custode di un pezzo di storia cittadina.

“ll Boss dici? Ma chi, il macellaio cravattaio dei mercati generali o quel tipo che spaccia la coca vicino alle scuole medie? Dimmi dai, che di Boss in questa fogna di quartiere ce ne sono assai.”

“Ma che sei pazzo? Mi ci vedi a me, una signora, maritata con quei buzzurri lì che non sanno né parlare né stare zitti e hanno preso sì e no il diploma elementare. No caro figlio, il Boss mio è un poeta e un cantante, mica cazzi.”

Iniziai a pensare che la Loredana oltre che mignotta fosse anche alcolizzata, dato il tenore della cazzatona proferita quando lei, tutta impettita, mi disse: “Lo sai che il Boss mio mi ha dedicato una canzone, proprio a me, alla Loredana sua?”

Cercai di dissimulare il disagio di dover confessare a Loredana che a questo punto ritenevo che la dose di cazzi che aveva assunto nel corso della sua intensa vita sessuale di meretrice le avesse spappolato il cervello, quando lei, a un tratto, iniziò sdolcinatamente a cantare: “Sto lavorando davvero duramente cercando di mantenere le mie mani pulite, stanotte guideremo per quella polverosa strada da Monroe fino ad Angeline per comperarti un anello d’oro e un bel vestito blu, piccola solo un bacio ti farà ottenere tutte queste cose, un bacio per segnare il nostro destino stanotte, un bacio per provarlo tutta la notte.”

Trasalii nel pensare quello che effettivamente stavo pensando.

“Cioè, quindi, a questo punto, vorresti dirmi che il Boss tuo è, cioè, no, non può essere, vorresti dirmi che ti sei scopata Bruce Springsteen?”

Loredana mi aveva cantato, guaito o latrato, comunque dir si voglia, la canzone “Prove it all Night” di Bruce Springsteen e dal tono nonché dalle lacrime che le sgorgavano dagli occhi, non potevo credere che mi stesse prendendo per il culo. Lei si risentì per la mia volgarità e mi rispose in tono caustico: “Io con il Boss mio non scopavo, figlio mio, io con lui ci facevo l’amore.”

Forse avrei dovuto assentire all’incredibile storia per rispetto verso Loredana ma non riuscii a trattenermi: “Ma dai Loredana, mi stai dicendo che hai avuto una storia d’amore con Bruce? Proprio tu che non ti sei mai allontanata dal quartiere. Mi prendi in giro, vero?”

“Figlio mio. Io sono sempre vissuta qui, ma nel 1998, Marcello il pappone mio a quel tempo, che Dio l’abbia in gloria perché è morto carcerato tre anni fa, mi mandò a Bologna perché lui, poveraccio, aveva perso un sacco di soldi alla bisca del quartiere e quindi decise di farmi lavorare in giro per l’Italia per raggranellare i soldi per tirare avanti.”

“Ah non lo sapevo, quindi hai lavorato a Bologna?”

“E certo, figlio mio, a Bologna, in zona fiera, vicino alla tangenziale.”

“Beh, sì, conosco la Fiera di Bologna, suppongo fosse dura in fiera, 10 ore al giorno negli stands espositivi sempre in piedi per promuovere la merce ai clienti delle esposizioni.”

“A chi lo dici figlio mio, col cazzo che stavo dentro la fiera, si stava sempre in piedi, un freddo boia mentre esponevo la mercanzia mia ai clienti sulla tangenziale, due coglioni tanti così ad aspettare, ma all’epoca di grana ce n’era in giro, non come oggi che questi morti di fame prima vogliono una pompa gratis poi, nel caso, ti danno il cinquantino per una botta.”

“Ti capisco Loredana, la crisi ha travolto tutto e tutti degradando l’arte sacra del meretricio a bassa manovalanza delle perversioni di massa. Che schifo.”

“Ah Franti, tu quando parli non ci si capisce un cazzo, però ho sempre saputo che sei un bravo ragazzo nonostante sei sempre ’mbriaco.”

Non riuscii a fare a meno di arrossire a quel pregevole complimento ammaliato dal fascino di Loredana, ma la curiosità circa la sua tresca con Bruce mi travolgeva, quindi decisi di insistere.

“Scusa, ti ho interrotto, dimmi del colpo di fulmine con il Boss.”

“Ebbene, io al Boss mio l’ho incontrato una sera proprio sulla tangenziale a Bologna, nel dicembre del 1998. Lui guidava una Fiat 128 Mirafiori blu, ancora me lo ricordo come fosse ieri. Stavo congelando dal freddo perché m’ero fatta ’na botta di cocaina tanto per passare il tempo e lui si accosta al marciapiede e mi fa: uè bela prosuttona, ciame a casa mi che ze te offro un cicchetto de lambrusco e poi te do ’na bota dint al cul. Io non ci avevo capito niente di ciò che diceva, ma aveva un bel fisico e un faccione tutto rosso paonazzo che sembrava babbo natale e ho accettato di montare in macchina. Siamo andati a casa sua al centro della città, lui mi ha fatto accomodare in poltrona, ha acceso una candela e ha iniziato a bere il lambrusco. Era mezzo ubriaco e mi ha chiesto di ballare nuda davanti a lui. A questo punto ha preso una chitarra e ha iniziato a cantare quella canzone che fa ’provalo tutta la notte’, anche se non si capiva un cazzo delle parole perché secondo me era proprio fatto perso. Alla fine io mi stavo per sedere nuda vicino a lui e mi sono accorta che stava dormendo, così mi sono rivestita e sono tornata a casa a piedi. Ti rendi conto, figlio mio, ma quando le fanno le serenate gli uomini al giorno d’oggi? E poi voi maschietti siete sempre pronti a mettere le mani addosso a una signorina mentre il Boss mio manco mi ha sfiorato, tanto è un signore.”

Quasi intontito dal racconto fiume della Loredana mi permisi di intervenire e le chiesi: “Ma scusa Loredana, se tu della canzone che ti ha cantato a casa sua quel tizio non ci hai capito un cazzo per tua stessa ammissione, come fai a sapere che era Prove it all night il brano che ti ha dedicato?”

Lei mi guardò con un fare materno e mi disse: “Figlio mio, proprio se vede che non capisci un cazzo e sei un po’ tonto. Dopo un anno che stavo a Bologna e lavoravo alla Fiera una collega mi chiama e mi dice ’A Loredà, te ricordi il tipo ’mbriaco con la Fiat 128 Mirafiori, quello che manco t’ha pagato e s’è dormito senza scopà? Eh, proprio quello, ieri l’ho visto alla televisione e me sa che c’avevi ragione te che era un cantante famoso.”

Il giorno dopo sono andata in un negozio di dischi e l’ho visto sulla copertina, il Boss mio di quella sera, e subito l’ho comprato il disco suo, Darkenesse qualche cosa si chiamava. Appena ho ascoltato la canzone l’ho riconosciuta e ho capito che l’aveva scritta per me e quella sera me la stava dedicando. È tanto romantico il Boss mio.”

Oramai quasi rincoglionito dall’eloquio della Loredana decisi che era davvero troppo ed era ora di andarmene ma non prima di dirle: “Caspita Loredana, quasi ti invidio che hai vissuto una così bella storia d’amore e ti dico che è vero, di uomini così non ne nascono più.”

Lei commossa mi guardò e con un cenno della testa annuì allontanandosi impettita per le strade del quartiere dirigendosi verso coloro che quotidianamente abusavano di un pezzo della sua esistenza.

Riprendo il cammino per dirigermi al Ponte della Vittoria, un nome davvero curioso per il mio attuale domicilio, un ostello della povertà e della miseria che condivido in compagnia di ratti e miserabili come me.

È freddo. Lo stesso freddo di cui parlava Loredana, un’intensa sensazione di dolore alle ossa che ti stropiccia il cuore che raggela ma pulsa in questa notte di incubi visivi e ricordi malinconici.

No, Loredana non era una troia e neanche la mia Candiska lo è, non mi interessa quando ci perderemo e dove morirà la nostra passione, perché sia io che lei sappiamo cosa significa rubare, mentire, imbrogliare, vivere, morire e amare

Mi fanno male i piedi ma continuo a camminare nel buio di strade piene di ombre.

Ponte della Vittoria sto arrivando, lontano da sguardi indiscreti e sotto i tuoi archi e i tuoi pali di sostegno continua a vivere la mia anima incestuosa all’interno delle cavità oscure di questa città.

Provalo tutta la notte, provalo tutta la notte ragazza, e denuncia gli imbrogli, provalo tutta la notte, provalo tutta la notte e, ragazza, io lo proverò tutta la notte per il tuo amore.

Something in the night

Sei nato senza nulla ed è meglio così, appena riesci ad avere qualcosa loro ti mandano qualcuno per cercare di portartela via… Sono le 22,30 di un’uggiosa serata di aprile, una notte come le altre nella vita scorta e sconta che vivo nel mio bugigattolo, perlomeno ancora mio solo per pochi minuti. “Due copridivano in tessuto indicanti nella parte superiore l’etichetta ’stock market’, un trumeaux visibilmente usurato del valore percepibile di € 35, un abat-jour color nocciola non funzionante, un tappetino da bagno indicante nella parte inferiore l’etichetta ’Scorta e Sconta’, una pila alogena per la lettura notturna , un astuccio portasigarette, kit per la costruzione di un erogatore elettrico di bolle di sapone, una fiaschetta per alcolici di bronzo della misura di cm 12 per cm 2 esternamente arrugginita”. Il distico in versi dell’ufficiale giudiziario assomiglia a una nenia urticante. Privo di fantasia, creatività e senso dell’umorismo il pubblico ufficiale declama la lista degli oggetti che compongono la mia vita come se leggesse le previsioni del tempo. Non che lo odi per questo, figuriamoci, e anzi con quel suo papillon a pois e quella giacca da impiegato del Catasto mi suscita un delicato senso di ilarità e dolcezza. Chissà quante volte ha scippato oggetti a disperati come me nella sua stoica convinzione di espletare un dovere superiore, quasi mistico, il volere degli dei della giustizia e del corretto vivere civile. Eppoi lui avrà una moglie a casa, due marmocchietti e una quantità di finanziamenti Findomestic da accapponare la pelle e quindi in fin dei conti è un povero stronzo, tanto quanto me, con la differenza che io di mogli ne ho avuta una che ora vive con un assicuratore di Latina e di figli non ne ho avuti neanche uno.

Marina, neanche nei suoi confronti nutro alcun astio anche se me la immagino qui a godere sadicamente mentre il damerino in papillon spazzola via la mia pila alogena per la lettura notturna bofonchiando cose del tipo “Te lo dicevo che incaponendoti a fare lo scrittore finivi in mezzo a una strada”. Beh, lei non sapeva coniugare un verbo ma aveva due grandi tette e un bel culo sodo. Io l’amavo per questo e francamente me ne fottevo la minchia dei suoi irriverenti commenti ai mie romanzi, in quanto ero ben conscio del fatto che quei giudizi erano ampiamente condizionati dai diritti d’autore alternativamente incassati: un ventaglio stropicciato di espressioni varianti dal bastardo fallito dell’assegno da 1.800 euri al talentuoso amore mio in caso di bonifico da 12.400 euri. Se proprio devo dirlo, l’unico dettaglio che non riesco a capire è quello relativo alla presenza di un carabiniere dal fare palesemente incazzato a corredo dell’ufficiale giudiziario in versione sceriffo di Nottingham.

Non che la mia fama di attaccabrighe e rompicoglioni sia del tutto immotivata: una sera su due nel ritornare a casa, completamente sbronzo, inizio a suonare i campanelli del condominio in cui vivo annunciandomi come un venditore porta a porta di pile alogene per la lettura notturna. “Un letto con doghe rotte e un frigobar vuoto”. La lista della spesa del pignoramento giudiziario si allarga a dismisura coinvolgendo anche le infrastrutture di base del mio appartamento. Il volto tirato del carabiniere si contorce in un ghigno sarcastico buttato lì giusto per farmi capire, come se ce ne fosse bisogno, che secondo il suo punto di vista del letto potrei farne serenamente a meno, essendo io il tipico esemplare di essere umano che dovrebbe coricarsi sotto un ponte.

Tento di attaccar bottone con le forze dell’ordine così, tanto per passare il tempo: “Salve appuntato, mi scusi, posso domandarle se lei è stato ferito al ginocchio nella sparatoria della settimana scorsa al Banco di credito cooperativo alla Garbatella? Non vorrei sembrarle impudente, ma dal suo portamento noto un’asimmetria posturale che denota uno sbilanciamento della colonna vertebrale, un po’ come se fosse stato penetrato da un negro e ciò le abbia cagionato un impedimento nell’incedere. Non una malformazione congenita, per carità, tipo le deformazioni degli zingari che chiedono l’elemosina agli angoli delle strade. Una ferita da eroe, intendo”.

Una rabbia repressa che ha qualcosa di lombrosiano deturpa il volto del carabiniere mentre avanza volteggiando nell’aria la mano destra in direzione del mio volto. Ho già capito le intenzioni ma i miei, di movimenti, sono di una lentezza imbarazzante, e non riesco a evitare il malrovescio che investe la mia faccia come un tornado lasciandomi intontito ma ancora in piedi. L’ufficiale giudiziario sente lo “schioc” del colpo vibratomi dal carubba e dirige lo sguardo verso di me per poi virarlo subito verso il milite con intenzioni censoree. “Ma cosa le passa per la testa appuntato, si dia un contegno! Vorrei finire il mio lavoro qui al più presto possibile e non ho voglia di firmare verbali a causa dell’arresto di questo poveraccio. Ora basta e gli chieda scusa, così terminiamo questo incombente dell’inventario dei beni pignorati e leviamo le tende”.

Beh, non che io sia un esperto del codice penale, ma ritengo di avere almeno qualche straccio di diritto. “No guardi, signor pubblico ufficiale, il carabiniere qui presente non se la può cavare con una scusa en passant in quanto mi ha percosso nel corso dei suoi doveri d’ufficio, pertanto io esigo e ripeto esigo, di veder risarciti i miei diritti di cittadino mediante l’esborso a mio favore di sei euri. Non mi sembra di essere esoso, sebbene la somma dovrebbe essermi consegnata subito per pagare un gin tonic che ho preso a credito ieri sera al pub qui di fronte”.

Il carabiniere si irrigidisce e capisco che non ha la minima intenzione di darmi la grana, ma fortunatamente l’ufficiale giudiziario tenta una mediazione in extremis, “Appuntato, gli dia questi benedetti sei euri e facciamola finita, la prego. Ho da fare le ho detto e non ho tempo da perdere in mercanteggiamenti da marocchino”.

Mi sento in dovere di rettificare perché la trattativa è un’arte sia per i marocchini che per me: “Invero, non si tratta di un mercanteggiamento mio caro, bensì di una negoziazione tra gentiluomini, e io ho la medesima sua fretta di togliervi dalla mia vista e dai miei coglioni, se mi è permesso e con rispetto parlando”.

Il carubba ormai esasperato intrufola le mana sinistra in tasca e tira fuori un foglietto stropicciato che deduco essere una banconota. “Ho solo 10 euri in tasca, ma tu ne hai chiesti sei”.

“Non si preoccupi, ufficiale, se lei preferisce le rilascio una quietanza di pagamento con riserva di consegnarle il resto sotto forma di buono di consumazione al pub qui di fronte”.

l carubba mi sgancia la banconota e ritira la mano come se volesse evitare il contagio da peste bubbonica. Mi infilo il decino in tasca e ringrazio con un leggero inchino mentre osservo l’ufficiale giudiziario chiudere il verbale di ritiro e il carabiniere apporre i sigilli ai beni che da ora in poi non dovrei neanche usare. L’omino con il papillon mi consegna il verbale chiedendomi di firmarlo e io butto li uno scarabocchio illeggibile che rimira attraverso i suoi occhialini con perplessità. “Cosa è ’sta roba? Con questa scrittura non posso comprendere se il nome riportato dai documenti sia corrispondente alla firma di riconoscimento”.

“Ma cosa vuole ancora? Guardi che quella definita da lei impropriamente ’sta roba, un giorno diverrà un cimelio da rivendere a suon di bigliettoni. Piuttosto si faccia una fotocopia o meglio un calco con l’inchiostro simpatico e la mantenga gelosamente custodita in cassaforte, altro che i sei miseri euri elargiti dal carubba!”.

Il carabiniere mi guarda con odio e l’ufficiale giudiziario con una smorfia schifata si gira dirigendosi verso la porta. Puoi percorrere questa strada fino all’alba senza incrociare nessun altro essere umano, soltanto ragazzi che si consumano in qualcosa nella notte.

I sei euri meritatamente guadagnati sono una manna dal cielo per la mia sete atavica. L’uscita dal portone del palazzo è un pugno sui denti: alle 23.30 un tempo nuvoloso di merda corredato da un andirivieni di umanoidi per la strada fa somigliare questa puzzolente città a un enorme centro commerciale all’aria aperta. Con le mani in tasca e il bavero rialzato della giacca griffata OVS mi dirigo verso il pub che per mia fortuna è aperto praticamente 24 ore su 24. Il proprietario del locale, di nome Cosimo, è un unto e traccagnotto sessantenne proveniente da un paesino della Basilicata, da una decina di anni emigrato qui in cerca di fortuna, parola che nella sua personalissima accezione corrisponde al sogno di aver avviato un’attività in un quartiere con notevole densità di alcolisti.

Di buon grado entro nel locale mentre Cosimo è intento in un colloquio con l’agente di commercio della zona che mensilmente lo rifornisce di Amaretti di Saronno, Amari Averna, Cynar e grappe, ovvero di ogni ben di Dio disponibile sul mercato. All’interno del pub non c’è anima viva a esclusione di un ragazzotto all’incirca venticinquenne assorbito nel pasteggio di un bicchiere di rhum che di vivo ha ben poco a dir la verità, il che conferma la mia impressione che nel pub non c’è proprio anima viva. Mi avvicino al bancone tentando di non disturbare Cosimo dall’affare in corso: “Ehi Oste, eccoti i sei euri di ieri sera, e con questo direi che non ho più pendenze economico-alcolemiche con il pub. Se permetti con l’occasione intenderei festeggiare l’estinzione del debito con un grappino gentilmente offerto dal baldo giovane seduto qui accanto”. Il ragazzo si accorge a malapena di me e annuisce in segno di apprezzamento invitando Cosimo a versarmi il cicchetto. Dopo aver agguantato il grappino come se fosse un’ampolla sacerdotale mi siedo accanto al ragazzo che sembra quasi in trance: la sua testa dinoccola come in un mantra e le mani gli tremano come fosse un tizio con l’alzheimer.

“Ciao baldo giovane, innanzitutto vorrei ringraziarti per il grappino, oggigiorno non capita spesso di incontrare giovanotti che condividono i gusti e le inclinazioni degli alcolisti. Del resto voialtri siete cresciuti a playstation e pasticconi, quindi cazzo ne volete sapere di sbronze prese scientemente e con istinti goderecci”.

Nulla da fare. Questo non è presente all’interrogazione ma non me la sento di rifilargli un due in pagella dopo che ha sganciato il malloppo per il grappino. “Allora, ricapitolando, io mi chiamo Franti ok? Come lo studente scassacazzi del libro Cuore, e tu come ti chiami, caro il mio compagno di bevuta allucinato?”.

La sua testa compie una rotazione di circa 90 gradi grazie alla quale riesco a vedere nitidamente i bulbi oculari annebbiati e semiassenti. “Oh vecchio, ma che cerchi? Hai preso il grappino, no? Adesso lascia stare e fatti i cazzi tuoi. Ma come te ne va di parlare a quest’ora, non lo vedi che sono un tossico, Dio Cristo, e non ho voglia di colloquiare, chiaro?”.

Sì, ora vada per il senso di gratitudine per il grappino offerto, ma sarebbe il caso che “vecchio” ci chiamasse quella testa di cazzo di suo nonno. “Ue’ sbarbo, io ho la tenera età di quarant’anni, pertanto sono nel fiore della mia perdizione, e mi spieghi inoltre come faccio a sapere della tua fattanza? Non ho la fortuna di beccarmi milleseicento euri e sottolineo milleseicento euri come quegli impiegatuzzi del Servizio Tossicodipendenze della Asur, quindi in definitiva non ho l’occhio clinico per i fattoni”.

Il ragazzo emette una sorta di rantolo che dovrebbe corrispondere alla premessa del discorso: “Dai ci siamo ormai no?! Ho capito che non hai intenzione di smettere questa manfrina. Io mi chiamo Paolo, ora sei contento? Ue’, mi vuoi mica inculare? Sei mica frocio te?”.

“Scusa Paolo, ma anche fossi frocio cosa faresti, mi discrimineresti? Premesso che a me piacciono la figa e gli alcolici e non saprei fare una graduatoria tra quale dei due mi piaccia maggiormente, mi spieghi di cosa stiamo parlando? Un tossico che discrimina un alcolista scambiandolo per un culattone. Minchia, dopo lo sfratto ci mancava questa parabola dell’assurdo”.

Paolo, ovvero il fattone, si alza di scatto come in preda a una crisi. “Oh porca puttana, ora mi hai scassato la minchia, Ma come cazzo parli? Ma chi sei, un pulotto in borghese? Oh, vai a cagare, io la roba non ce l’ho addosso, capito? Vaffanculo a te e a sto locale di merda!”.

Un rumore di porta sbattuta crea un effetto terremoto nel locale e Cosimo, con la sua classe da mescitore di vini d’annata, si muove da dietro il bancone e mi ruggisce davanti alla faccia: “Merda Franti, quante volte ti ho detto di non venire qui a rompere le palle ai clienti. Ti avverto che se continui così i grappini a credito non te li sgancio più e ora vattene, che già ’sto agente di commercio mi rende nervoso, ci mancavi anche te oggi”.

“Ok d’accordo, ma non ti scaldare troppo con i clienti abituali come me e ricordati, un giorno questa fetida bettola passerà agli annali per aver ospitato tra i suoi clienti un fior di scrittore e intellettuale come il magistrale Franti. E ora saluto sia te che quel tagliagole dell’agente di commercio a cui porgo i sensi della mia disistima”.

Esco dalla bettola con un umore rasente lo zero e mi incammino, senza meta e fissa dimora, per le vie di questa città ostile. In cerca di un solo istante in cui il mondo sembra giusto e mi insinuo nelle budella di qualcosa nella notte.

FRANTI

Point Blank - A bruciapelo

“Le anime affrante muoiono prima ma vivono per sempre”.

Non capisco il senso compiuto di questa frase priva di qualunque umanità e pregna di una banalità fuori dal comune, mentre il prete declama dal pulpito non so quale salmo in onore o meglio, in disonore di Svetlana.

La chiesa è pressoché vuota e gli unici avventori che assistono a questo funerale sono il sottoscritto, una vecchina dai capelli tinti e un barbone evidentemente entrato per ripararsi dal freddo invernale di questa gelida giornata di dicembre.

La messa viene officiata a una velocità supersonica in quanto il prete supera a piè pari ogni rigida formalità liturgica nonché la dispensazione delle ostie, dato che sia io che il barbone siamo visibilmente atei e la vecchina si è addormentata accovacciata come un gomitolo di lana nella terza fila del banco della chiesa.

Prima di mandarci in pace il prete, rivolgendosi ai presenti neuroassenti, chiede se qualcuno ha qualche parola da dire in memoria di Svetlana e io, confidando nel fatto che sia la vecchia che il barbone suppongo se ne fottano beatamente della defunta, avanzo verso il pulpito e mi avvicino al microfono.

In piedi davanti al leggio alzo lo sguardo e vedo la chiesa vuota , immersa in un silenzio spettrale con il solo calore emanato dai colori vivaci dei quadri raffiguranti le raccapriccianti scene di martirio della Via Crucis cristiana e qualcosa in quel percorso di morte e violenza mi ricorda la vita di Svetlana, la sua discesa in un inferno di illusioni e speranze tradite.

Mi sento perso e immerso in pensieri contorti che nulla hanno a che fare con chiesa, prete o vite ultraterrene mentre la mia testa frulla ricordi di sesso e minacce, odio e desiderio, sussurri e pianti convulsi, odori acri di sudore e sapori delicati di amore.

A un tratto vengo distratto dal tossire del prete, un rauco gracchiare che mi richiama ai miei doveri di suffragio; senza neanche voltarmi verso di lui la mia bocca si spalanca e le mie narici inalano aria consumata di incenso, una folata di malinconia mi cosparge gli occhi e lacrimando bisbiglio un “le anime affrante vivono prima ma muoiono per sempre”.

Gocce di dolore invadono il mio volto e non mi accorgo che saranno trascorsi almeno tre minuti da quando ho pronunciato la mia unica frase, passati in piedi sul pulpito da solo perché sia il prete che gli altri due unici partecipanti al funerale se ne sono andati.

Fa freddo e in compagnia del Cristo inchiodato alla croce dietro di me mi sento solo ma non troppo.

Solo in quel momento i miei pensieri si traducono in parole e inizio a muovere leggermente le labbra nella speranza che Svetlana mi stia ascoltando dentro quella bara di acero.

Amore mio, potrei dirti che non te ne saresti dovuta andare ma ciò che sento ora è l’atroce vuoto di averti vista partire senza di me.

Tu non sei morta, hai solo abbandonato questo mondo che nulla ha fatto per meritare te e il nostro amore. Siamo vissuti ai margini, io e te, in quel limbo dei reietti in cui il domani è nient’altro che una trincea da superare, un altro mondo, un aldilà di fango e sudiciume.

Ora sono solo, perduto nel tritacarne dell’odio perché non ho saputo proteggerti e non vivrò un solo giorno senza cercare vendetta verso quei bastardi che ti hanno ucciso.

Ehi Cristo, tu da lassù che cazzo mi guardi, io non sono il figlio di Dio ma solo un poveraccio, e dei tuoi princìpi me ne fotto perché non voglio né la tua compassione né il tuo perdono.

Ti ho raccolta immersa in un bosco di sorrisi il giorno in cui decisi che la mia vita da tossico poteva essere condivisa solo con una puttana, perché quel funereo senso di abbandono accomuna spiriti dimenticati in un amore senza senso e senza tempo.

Quante volte mi hai salvato da un buco che assomigliava a un addio mentre ti sottraevi anche te all’esistenza, perdendoti per le strade di questa maledetta città e io mi risvegliavo alla vita più disperato che mai.

Sai tesoro mio, la polizia dice che di te se ne frega perché eri solo una puttana albanese e io dovrei continuare a fottermi la vita con l’eroina. Non ho un soldo per pagare avvocati o investigatori, ma loro non sanno, tronfi dietro alle loro divise, che l’amore può vincere qualunque nemico, abbattendo muri di indifferenza.

Non ho nulla, è vero, ed ora non ho neanche te, ma scenderò per le strade polverose e morderò la vita finché non vedrò quei bastardi morti tra atroci sofferenze, ripagherò il tuo amore offrendo in sacrificio il mio olocausto di tormenti.

Ora amore mio addio, perché questo è un addio, non un arrivederci, ma non c’è niente da dimenticare, semplicemente una vita che se ne va.

Scendo gli scalini del pulpito e mi dirigo verso l’uscita, ma prima di attraversare il portone della chiesa mi giro a osservare la bara di Svetlana e un ghigno mi riga la faccia: quel pezzo di legno sembra una piccola barca in mezzo al mare e per la prima volta sento un senso di serenità immaginando la mia dolce donna navigare verso isole lontane, esaudendo finalmente il suo sogno di vivere in effimere e irraggiungibili terre promesse.

Addio tesoro, il tuo principe azzurro tossico e cencioso ti raggiungerà fra qualche giorno ma tu non aspettarmi alzata, riposati e sognami come sapevi fare solo tu.

Bassifondi Springsteen

Bassifondi, devi viverli ogni giorno

lasciate che ci siano i cuori spezzati

come il prezzo che dovete pagare.

Alle otto e quindici di mattina canticchiare, steso sul letto in stato semincoscient, “Badlands” del Boss, potrebbe determinare nel sottoscritto e negli omuncoli catarrosi che girovagano sin dall’alba nel mio cervello un vago senso di inquietudine.

Del resto le prime sensazioni del risveglio a notte fonda erano già di per sé indicative di un imminente e catastrofica visita al cesso del mio appartamento condiviso con due coinquilini di cui, dopo circa 3 mesi di cohousing, ignoro ancora le fattezze. Di loro piuttosto, più o meno come un cockerspanier, riconosco gli odori durante i lunghissimi tragitti che sono solito fare nel percorso camera da letto-bagno-cucina e ritorno: da quello olezzato e sbarazzino degli afrori di scorreggia fino al delicatamente cipolloso delle ascelle sudaticce. A loro onore tuttavia va la totale assenze di macchie di piscio o residui organici nel bidet e la solerzia con cui tentano accuratamente di evitare rotture di coglioni al prossimo quando copulano con vocalizzi tipo ruggiti da orgasmo o grugniti da torelli infoiati.

Per quelli che hanno una certezza

una certezza dentro di loro

che non è peccato

essere felici di essere vivi

voglio trovare un viso

che non mi scruti dentro.

Ecco, appunto, le fattezze di un viso e nel caso specifico, stavolta come un bracco da caccia, cerco di immaginare il volto di un corpo partendo dal contatto con un piede in questo astenico risveglio da “bassofondale”.

Il succitato piede è contenuto all’interno del letto a stretto contatto con il mio malleolo ma da circa due ore evito accuratamente di conoscerne il titolare: del resto a chi frega di conoscere il legittimo proprietario di un moncone di corpo usualmente infilato in un paio di scarpe nonché ricettacolo di batteri da contatto.

A me sinceramente non interessa, a parte nei rari momenti in cui, dopo una seduta psichiatrica in versione e-learning su Youporn, tento di emulare le gesta di Rick “the feticist” Brummol, un fior di pornoattore avvenente come un Opossum con all’attivo un centinaio di scene bondage di quelle belle laide mica le cagatine patinate.

È dal risveglio che canticchio ’sto cazzo di allegro motivetto springstiniano e volo pindaricamente da un viso all’altro per immaginare il volto di un essere umano, presumibilmente legato al piede, seguendo il metodo deduttivo degno del tenente Kojak imparato da piccolo giocando al supervintage “Indovina Chi?”.

Figo “Indovina Chi?”.

Per i dementi non amanti del genere “intrattenimento per adolescenti nerds alienati o famigliole depressogene nelle tetre serate d’inverno”, trattasi della geniale creazione di due sbroccatoni americani i quali avevano tirato su negli anni ’70 un giochino finalizzato a ingenerare nell’utente un’ordalia di bestemmie e tentativi frustrati di investigazione circa l’identità di 24 personaggi raffigurati in altrettante figurine di cui ricordo ancora il nome e le faccette di cazzo una a una: Susan, Maria, Anita, Anne e Claire, Franz, Richard, Peter, Sam, Paul, David, Max, Alex, Philip, Eric, Bernard, Robert, Charles, Alfred, George, Joe, Bill, Herman e Tom.

Vabbè, Darkness del Boss è del ’78 mentre i due negletti teenies americani hanno creato “Indovina Chi? “ nel ’79; forse tra una pippa foruncolosa adolescenziale e una birra al locale drugstore quelli lì ascoltavano Badlands o Candy’s Room. Boh, forse si facevano una gran quantità di pippe e basta.

Checche’ se ne dica dei due tizi del gioco, a me “Indovina Chi? “ garbava assai e non posso che togliermi tanto di cappello anche per il loro mero sostegno nell’attuale tentativo di immaginare il viso di cui al piedino incollato al malleolo.

E sì, perché di piedino trattasi e se tanto porta tanto dovrebbe aggirarsi su un 35 scarso: ottimo, pertanto posso già soffermarmi su due opzioni possibili.

Nell’ordine potrei aver pernottato con una tizia di altezza compresa tra il metro e quarantotto e il metro e cinquantadue chiaramente sbronzo o sbronzo e strafatto ho sedotto il sosia di Bilbo Baggins, il paciocchissimo Hobbit della Terra di Mezzo.

In “Indovina Chi?” avevi un 4 o 5 domande da poter rifilare al compagno di gioco per ottenere almeno uno straccio di dritta in caso di scoglionamento da assenza di idee onde per cui non mi resta che infilarmi sotto le coperte e interloquire con il piede, io unico attuale compagno di letto.

Nel contorcermi per intrufolarmi all’interno del mondo oscuro del sottocoperta noto un sedere glabro, il che beninteso non fornisce alcuna indicazioni di genere in ordine al proprietario del piede potendo lo stesso/a benissimo essersi depilato/a antecedentemente all’ingresso nel letto.

Voglio trovare qualcuno che non mi scruti dentro

voglio trovare un posto,

voglio sputare in faccia a questi bassifondi.

Ho bisogno di un caffè perché inizio a non associare chiaramente idee a concetti strutturati ma ormai la mia faccia immersa nell’oscurità dei bassifondi del letto si trova a circa 10 centimetri dal piede e come un novello Jaques Cousteau devo restare negli abissi tenebrosi del fondale in stato di apnea dato che il delicato piedino puzza come un postribolo di Città del Messico.

Mi spremo le meningi o quanto meno mi strizzo il cervello a corto di ossigeno e neuroni usufruibili.

Le vene del piedino sembrano abbastanza in evidenza lasciando in tal modo trasparire un accenno di vene varicose e in tal caso mi assistono le nozioni apprese durante le visioni di “Medicina 33”, il programmone sulla salute della Rai che mio padre da ragazzino mi costringeva sadicamente a vedere la domenica mattina.

Le dite sembrano inoltre abbastanza affusolate, mal curate ma non c’entrano nulla con quelle ciccie e deformi di Bilbo Baggins dal che deduco di non aver sodomizzato un Hobbit.

Un ulteriore prezioso indizio è lo smalto rosa confetto che risulta pienamente visibile sulle unghie.

Minchia, a un tratto vedo le lucette tipo sberla a freddo e ho un attacco di panico: Sonia, la figlia quindicenne del portiere del palazzo, un’immane fighetta tatuata con relativo piercing sulla lingua di cui ho fantasticato per giorni e giorni di robe stile io quarantenne ingrifatissimo tu angelo fighetta, io tarzan tu jane, io Frankestein tu Elisabeth, una storiaccia fantasmatica alla American Beauty per intenderci.

No, sono fuoristrada, oserei dire purtroppo: la questione delle vene varicose è indicativa che malgrado l’agognata goduria non ho penetrato la fighetta.

Bilbo no, Fighetta con piercing orale neanche.

Inizio a essere in debito d’ossigeno nei bassifondi del letto e a questo punto anche negli anfratti della memoria e non mi resta altra scelta che ritornare in superficie e ignorare piede, culo e ogni velleità fisiognomica.

Mentre inizio a muovermi per prendere la rincorsa dalla posizione rannicchiata in cui mi trovo costipato e salire all’aria aperta, Stabum!

Tra l’incavo del piede e la caviglia noto chiaramente un tattoo raffigurante una Madonna in pure stile icona russa.

Un tattoo, d’accordo, dai non la facciamo grossa, più che altro un disegno monocolore fatto in inchiostro azzurrognolo di quelli in voga nelle carceri siberiane.

Ma porca puttana, Irina! La chiattissima badante che accudisce il tizio neuroassente del terzo piano.

L’ho trombata, ora ricordo tutto. Ieri stava salendo le scale con una bustona della spesa da una quarantina di chili che la faceva assomigliare teneramente a una migrante in fuga.

Forse per l’istinto di salvare il prossimo mio possibilmente migrante, o magari per mera foia derivata da una ventina di giorni di astinenza, mi sono proposto di aiutarla a portar su la spesa e lei, ammiccante, ha accettato di buon grado.

Dopo aver salito le scale sino al primo pianerottolo ho sentito una fitta tremenda all’inguine causata dalla busta modello saccheggio della bottega alimentare, e ho detto ad Irina che stante la mia ipocondria presumibilmente si trattava di orchite testicolare da sforzo.

Lei, badante di una certa sensibilità e professionalità, mica una di quelle infermiere scoglionate dei pronti soccorsi, si è offerta di accompagnarmi a casa e prendersi cura della mia orchite testicolare per poi passare a prendere la spesa in un secondo momento e dopo, chiaro no?, il fattaccio della trombata

Ora credo all’amore che mi hai dato
credo nella fede che mi potrà salvare
credo nella speranza e prego che un giorno
mi possa sollevare al di sopra di questi
Bassifondi.

Torno in superficie leggermente perplesso e la osservo.

Irina avrà una ventina d’anni più di me ed è veramente di un chiatto indiscutibile.

La osservo spesso al parco mentre accompagna il vecchino con quella pazienza da crocerossina della prima guerra mondiale e quel senso di mestizia per un fato cinico e baro che l’ha catapultata dalle silenti forse angoscianti ma grandi e libere montagne della Transilvania alla boriosa e sciocca vita di una città di provincia.

Mai uno sculettamento allusivo, men che meno una slinguatina simulata con la bocca da lontano mi ha fatto percepire un interesse nei miei confronti.

Talvolta ho notato delle gote particolarmente rosse comparire sul suo rubicondo faccione, il che potrebbe essere indicativo di una pruderie tardo-ottocentesca quanto di un alcolismo da grappini.

E ora eccola qui stesa nuda nel mio lettone da single quarantenne, questa femme fatale dei bassifondi a ronfiare come una principessa muovendo l’enorme culone da balenottera con gli occhi cerchiati da un rimmel scolato male, una schiena in bella mostra segnata da fatiche immani, notti insonni passate a vegliare vecchi e il peso di uno spirito di certo più avvizzito perfino rispetto alle sue calanti tette.

Non c’è che dire, un essere davvero particolare ma di una dolcezza monumentale.

Chissà cosa potrà succedere ora tra di noi, tra un cuore spaventapasseri e saltimbanco come il mio e un’anima dissacrata e abusata come la sua?

Mi alzo e vado a preparargli la colazione e aggiungo, se trovo nei paraggi un pakistano di quelli che vendono le rose, ne acquisterò per lei un mazzo intero.

Come sempre, ha ragione Bruce: Bassifondi, devi viverci ogni giorno, Lascia che i cuori infranti si facciano avanti.

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