Bassifondi Springsteen

Bassifondi, devi viverli ogni giorno

lasciate che ci siano i cuori spezzati

come il prezzo che dovete pagare.

Alle otto e quindici di mattina canticchiare, steso sul letto in stato semincoscient, “Badlands” del Boss, potrebbe determinare nel sottoscritto e negli omuncoli catarrosi che girovagano sin dall’alba nel mio cervello un vago senso di inquietudine.

Del resto le prime sensazioni del risveglio a notte fonda erano già di per sé indicative di un imminente e catastrofica visita al cesso del mio appartamento condiviso con due coinquilini di cui, dopo circa 3 mesi di cohousing, ignoro ancora le fattezze. Di loro piuttosto, più o meno come un cockerspanier, riconosco gli odori durante i lunghissimi tragitti che sono solito fare nel percorso camera da letto-bagno-cucina e ritorno: da quello olezzato e sbarazzino degli afrori di scorreggia fino al delicatamente cipolloso delle ascelle sudaticce. A loro onore tuttavia va la totale assenze di macchie di piscio o residui organici nel bidet e la solerzia con cui tentano accuratamente di evitare rotture di coglioni al prossimo quando copulano con vocalizzi tipo ruggiti da orgasmo o grugniti da torelli infoiati.

Per quelli che hanno una certezza

una certezza dentro di loro

che non è peccato

essere felici di essere vivi

voglio trovare un viso

che non mi scruti dentro.

Ecco, appunto, le fattezze di un viso e nel caso specifico, stavolta come un bracco da caccia, cerco di immaginare il volto di un corpo partendo dal contatto con un piede in questo astenico risveglio da “bassofondale”.

Il succitato piede è contenuto all’interno del letto a stretto contatto con il mio malleolo ma da circa due ore evito accuratamente di conoscerne il titolare: del resto a chi frega di conoscere il legittimo proprietario di un moncone di corpo usualmente infilato in un paio di scarpe nonché ricettacolo di batteri da contatto.

A me sinceramente non interessa, a parte nei rari momenti in cui, dopo una seduta psichiatrica in versione e-learning su Youporn, tento di emulare le gesta di Rick “the feticist” Brummol, un fior di pornoattore avvenente come un Opossum con all’attivo un centinaio di scene bondage di quelle belle laide mica le cagatine patinate.

È dal risveglio che canticchio ’sto cazzo di allegro motivetto springstiniano e volo pindaricamente da un viso all’altro per immaginare il volto di un essere umano, presumibilmente legato al piede, seguendo il metodo deduttivo degno del tenente Kojak imparato da piccolo giocando al supervintage “Indovina Chi?”.

Figo “Indovina Chi?”.

Per i dementi non amanti del genere “intrattenimento per adolescenti nerds alienati o famigliole depressogene nelle tetre serate d’inverno”, trattasi della geniale creazione di due sbroccatoni americani i quali avevano tirato su negli anni ’70 un giochino finalizzato a ingenerare nell’utente un’ordalia di bestemmie e tentativi frustrati di investigazione circa l’identità di 24 personaggi raffigurati in altrettante figurine di cui ricordo ancora il nome e le faccette di cazzo una a una: Susan, Maria, Anita, Anne e Claire, Franz, Richard, Peter, Sam, Paul, David, Max, Alex, Philip, Eric, Bernard, Robert, Charles, Alfred, George, Joe, Bill, Herman e Tom.

Vabbè, Darkness del Boss è del ’78 mentre i due negletti teenies americani hanno creato “Indovina Chi? “ nel ’79; forse tra una pippa foruncolosa adolescenziale e una birra al locale drugstore quelli lì ascoltavano Badlands o Candy’s Room. Boh, forse si facevano una gran quantità di pippe e basta.

Checche’ se ne dica dei due tizi del gioco, a me “Indovina Chi? “ garbava assai e non posso che togliermi tanto di cappello anche per il loro mero sostegno nell’attuale tentativo di immaginare il viso di cui al piedino incollato al malleolo.

E sì, perché di piedino trattasi e se tanto porta tanto dovrebbe aggirarsi su un 35 scarso: ottimo, pertanto posso già soffermarmi su due opzioni possibili.

Nell’ordine potrei aver pernottato con una tizia di altezza compresa tra il metro e quarantotto e il metro e cinquantadue chiaramente sbronzo o sbronzo e strafatto ho sedotto il sosia di Bilbo Baggins, il paciocchissimo Hobbit della Terra di Mezzo.

In “Indovina Chi?” avevi un 4 o 5 domande da poter rifilare al compagno di gioco per ottenere almeno uno straccio di dritta in caso di scoglionamento da assenza di idee onde per cui non mi resta che infilarmi sotto le coperte e interloquire con il piede, io unico attuale compagno di letto.

Nel contorcermi per intrufolarmi all’interno del mondo oscuro del sottocoperta noto un sedere glabro, il che beninteso non fornisce alcuna indicazioni di genere in ordine al proprietario del piede potendo lo stesso/a benissimo essersi depilato/a antecedentemente all’ingresso nel letto.

Voglio trovare qualcuno che non mi scruti dentro

voglio trovare un posto,

voglio sputare in faccia a questi bassifondi.

Ho bisogno di un caffè perché inizio a non associare chiaramente idee a concetti strutturati ma ormai la mia faccia immersa nell’oscurità dei bassifondi del letto si trova a circa 10 centimetri dal piede e come un novello Jaques Cousteau devo restare negli abissi tenebrosi del fondale in stato di apnea dato che il delicato piedino puzza come un postribolo di Città del Messico.

Mi spremo le meningi o quanto meno mi strizzo il cervello a corto di ossigeno e neuroni usufruibili.

Le vene del piedino sembrano abbastanza in evidenza lasciando in tal modo trasparire un accenno di vene varicose e in tal caso mi assistono le nozioni apprese durante le visioni di “Medicina 33”, il programmone sulla salute della Rai che mio padre da ragazzino mi costringeva sadicamente a vedere la domenica mattina.

Le dite sembrano inoltre abbastanza affusolate, mal curate ma non c’entrano nulla con quelle ciccie e deformi di Bilbo Baggins dal che deduco di non aver sodomizzato un Hobbit.

Un ulteriore prezioso indizio è lo smalto rosa confetto che risulta pienamente visibile sulle unghie.

Minchia, a un tratto vedo le lucette tipo sberla a freddo e ho un attacco di panico: Sonia, la figlia quindicenne del portiere del palazzo, un’immane fighetta tatuata con relativo piercing sulla lingua di cui ho fantasticato per giorni e giorni di robe stile io quarantenne ingrifatissimo tu angelo fighetta, io tarzan tu jane, io Frankestein tu Elisabeth, una storiaccia fantasmatica alla American Beauty per intenderci.

No, sono fuoristrada, oserei dire purtroppo: la questione delle vene varicose è indicativa che malgrado l’agognata goduria non ho penetrato la fighetta.

Bilbo no, Fighetta con piercing orale neanche.

Inizio a essere in debito d’ossigeno nei bassifondi del letto e a questo punto anche negli anfratti della memoria e non mi resta altra scelta che ritornare in superficie e ignorare piede, culo e ogni velleità fisiognomica.

Mentre inizio a muovermi per prendere la rincorsa dalla posizione rannicchiata in cui mi trovo costipato e salire all’aria aperta, Stabum!

Tra l’incavo del piede e la caviglia noto chiaramente un tattoo raffigurante una Madonna in pure stile icona russa.

Un tattoo, d’accordo, dai non la facciamo grossa, più che altro un disegno monocolore fatto in inchiostro azzurrognolo di quelli in voga nelle carceri siberiane.

Ma porca puttana, Irina! La chiattissima badante che accudisce il tizio neuroassente del terzo piano.

L’ho trombata, ora ricordo tutto. Ieri stava salendo le scale con una bustona della spesa da una quarantina di chili che la faceva assomigliare teneramente a una migrante in fuga.

Forse per l’istinto di salvare il prossimo mio possibilmente migrante, o magari per mera foia derivata da una ventina di giorni di astinenza, mi sono proposto di aiutarla a portar su la spesa e lei, ammiccante, ha accettato di buon grado.

Dopo aver salito le scale sino al primo pianerottolo ho sentito una fitta tremenda all’inguine causata dalla busta modello saccheggio della bottega alimentare, e ho detto ad Irina che stante la mia ipocondria presumibilmente si trattava di orchite testicolare da sforzo.

Lei, badante di una certa sensibilità e professionalità, mica una di quelle infermiere scoglionate dei pronti soccorsi, si è offerta di accompagnarmi a casa e prendersi cura della mia orchite testicolare per poi passare a prendere la spesa in un secondo momento e dopo, chiaro no?, il fattaccio della trombata

Ora credo all’amore che mi hai dato
credo nella fede che mi potrà salvare
credo nella speranza e prego che un giorno
mi possa sollevare al di sopra di questi
Bassifondi.

Torno in superficie leggermente perplesso e la osservo.

Irina avrà una ventina d’anni più di me ed è veramente di un chiatto indiscutibile.

La osservo spesso al parco mentre accompagna il vecchino con quella pazienza da crocerossina della prima guerra mondiale e quel senso di mestizia per un fato cinico e baro che l’ha catapultata dalle silenti forse angoscianti ma grandi e libere montagne della Transilvania alla boriosa e sciocca vita di una città di provincia.

Mai uno sculettamento allusivo, men che meno una slinguatina simulata con la bocca da lontano mi ha fatto percepire un interesse nei miei confronti.

Talvolta ho notato delle gote particolarmente rosse comparire sul suo rubicondo faccione, il che potrebbe essere indicativo di una pruderie tardo-ottocentesca quanto di un alcolismo da grappini.

E ora eccola qui stesa nuda nel mio lettone da single quarantenne, questa femme fatale dei bassifondi a ronfiare come una principessa muovendo l’enorme culone da balenottera con gli occhi cerchiati da un rimmel scolato male, una schiena in bella mostra segnata da fatiche immani, notti insonni passate a vegliare vecchi e il peso di uno spirito di certo più avvizzito perfino rispetto alle sue calanti tette.

Non c’è che dire, un essere davvero particolare ma di una dolcezza monumentale.

Chissà cosa potrà succedere ora tra di noi, tra un cuore spaventapasseri e saltimbanco come il mio e un’anima dissacrata e abusata come la sua?

Mi alzo e vado a preparargli la colazione e aggiungo, se trovo nei paraggi un pakistano di quelli che vendono le rose, ne acquisterò per lei un mazzo intero.

Come sempre, ha ragione Bruce: Bassifondi, devi viverci ogni giorno, Lascia che i cuori infranti si facciano avanti.

Loading...
Loading...