Prove it all night Bruce

Tutti hanno un desiderio, un desiderio a cui non possono resistere, Ci sono talmente tante cose che vorresti, tu meriteresti molto più di questo. Ma se i sogni si avverassero, oh, non sarebbe bello? Ma questo non è un sogno, noi lo stiamo vivendo stanotte, Ragazza, lo vuoi, lo prendi, ne paghi il prezzo.

La serata allo Strip Bar finisce con una laconica sega sparatami nel cesso dell’Open House alle 3 di notte, dopo che Candiska mi aveva comunicato la sua intenzione di spennare un pollastro calvo e tronfio di grana che le aveva offerto di consumare una bottiglia di champagne da 120 carte in cambio di uno spogliarello nel privé del locale.

Non che l’idea del grassone con la calvizie intento a piazzare la mano sul culo di Candiska mi faccia impazzire, ma data la ragguardevole cifra di 120 carte, non posso che convenire con la mia amata manza sul fatto che la stessa potrebbe far comodo per la scorta mensile di 4 salti in padella Findus.

Dopo aver espletato l’incombenza masturbatoria utilissima per la profilassi della mia prostata, mi dirigo verso l’uscita del locale, e senza dirci alcunché con un cenno della testa saluto Ivan, l’eroico buttafuori polacco, in quel momento intento a convincere un troione rumeno a sganciargli un pompino gratis a fine serata.

La mia macchina è da circa tre mesi in un’officina di riparazione stante un piccolo contenzioso attualmente in essere con l’officina circa la possibilità di pagare il conto del nuovo spinterogeno a mezzo poesie settimanali dedicate alla moglie del proprietario, quindi privo di mezzi di locomozione mi incammino intabarrato percorrendo le strade del quartiere.

Il mio quartiere, un incantevole nessun posto in un altrettanto delizioso nessun luogo, è solo la pallida imitazione di quel formicaio umano dell’epoca che fu, e ora in questi paraggi si possono incrociare solo anonimi parolai e sognatori infranti.

Dei mille e più rovistatori di fogne presenti nella belle epoque, ovvero l’età della mia squattrinata infanzia, un periodo grossomodo intercorrente tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli ’80, ricordo personaggi ormai retrocessi nella memoria collettiva a icone del sottoproletariato estinto e attualmente sostituito da replicanti borghesi senza un’oncia di umanità.

Chissà dove cazzo sono finiti quegli archetipi della demenza metropolitana? Sto parlando di bacherozzi della risma di Dindo Bondo e Fat Polina, Piccolo Cesare e l’incredibile Sgasato Foggia. Mi riferisco a feccia pura come Dodo il Ratto, la bestia mutante che divora i salvaschermi e Sbozzo, il nano frociopatico e presuntuoso affetto da manie religiose, l’ultima volta che l’ho incontrato era convinto che lo Spirito Santo potesse fondare un partito politico, famoso per la sua cavillosità nel distorcere i fatti in ogni dettaglio. Possibile che abbiano deciso di abbandonarsi tutti al sonnambulismo borghese?

Tutti salvi e ben pasciuti, non me lo auguro, soprattutto per loro.

Loro erano i messia dei perdenti, gli apostati delle anime belle persi nelle notti del quartiere e la loro semplice presenza mi rassicurava circa l’esistenza di un barlume di spiritualità nel mondo narcotizzato di quegli anni fatto di telenovelas e televendite.

Per non parlare della Loredana, la mignotta del quartiere o perlomeno l’unica donna che batteva i marciapiedi all’aria aperta e in pieno giorno, al contrario delle casalinghe depresse, con le loro vite deturpate dai sogni del bel fusto con la grana, che si vendevano la notte per due lire ai bancarellari del mercato settimanale per sottrarsi alla vita di stenti e mediocrità che conducevano all’interno dei palazzoni popolari simili a orribili escrescenze urbane.

Loredana a mio modestissimo avviso non era una troia . Proprio no.

Nonostante tutti, in un modo o nell’altro, sostenessero di essersela scopata in lungo e largo, in cuor mio ho sempre sostenuto che Loredana non sia stata una troia bensì una donna di cuori, di fiori e di picche.

Certo lei non faceva niente per smentire le voci che circolavano sul suo conto e si vantava di essere la meglio pollastra del quartiere; che poi facesse girare la testa a tutti i sessantenni al parco e a qualche ventenne ormonale in cerca di facili avventure non credo fosse indicativo di una sua presunta anima mercenaria.

La faccia consunta dal tempo e il corpo sguaiato dagli ottanta chili che si portava appresso notte e giorno, Loredana sculettava per le strade come una Venere de noantri, a suo modo sciantosa nei suoi tubini extralarge e i fuseaux rossi slabbrati anche all’epoca palesemente demodé.

A dire il vero ho sempre pensato che somigliasse a Cyndi Lauper, la cantante pop rivale di Madonna, sebbene obesa e a mio avviso più figa perché la popstar anni ’80 faceva cacare nel suo essere pelle e ossa mentre la Loredana teneva un culo extralarge da farci sogni erotici notte e dì.

Quando ero piccolo lei era già un fenomeno da baraccone in quell’antro di quartiere in cui sono cresciuto. Tutti a dire che la Loredana sì che era una gran bagascia, altro che la Ilona Staller o la Moana Pozzi. Quelle lì trombavano come mercenarie mentre la vaccona nostrana era una vera cultrice del sesso che dispensava a piene mani senza fare differenze di età, sesso, religioni e senza badare alle misure del bel capitato.

Io ascoltavo questi discorsi dei grandi con un misto di curiosità e reverenza per la signorona dai modi allusivi vedendola passare per il quartiere alle 7 di mattina dopo una nottata a sculettare per i marciapiedi.

A quell’ora percorrevo il tragitto che da casa mia conduceva a scuola e non potevo fare a meno di notare lo sguardo severo delle donne, in giro per le prime ambasciate quotidiane, verso i poco commendevoli atteggiamenti della signorona che vagava sino all’alba, sorniona, in cerca di consensi da parte dei borgatari affamati.

Loredana l’ho incontrata per l’ultima volta un paio di mesi fa, prima che il buon Dio la richiamasse a sé per via di un brutto malanno venereo, forse anche lui annoiato dal tran-tran del paradiso e incuriosito dalle doti della signorona. Quando la incontrai indossava un camicione fucsia che le sottolineava il prosperoso petto e un cappello a falde larghe stile impero di un gusto incredibilmente tamarro ma davvero sensuale, soprattutto addosso a una donna di circa 60 anni.

Forse mi ricordava ancora da sbarbato studentello quale ero all’epoca mentre mi ferma e mi dice: “Ehi Franti, che bel giovanotto che ti sei fatto, ce l’hai la fidanzata?”

Le sorrisi ammirandone il look da mejo pupa del gangster e non mi sottrassi all’adulazione: “Beh una fidanzata non proprio, qualche uscita con una manza sciroccata ma niente di che, Loredana, diciamo che di donne come te non ne fanno più, oggigiorno ci sono solo sciacquette e letteronze, niente a che vedere con signore del tuo calibro.”

“Hai ragione figlio mio, che ti credi che non le vedo queste ragazzette a spasso per il quartiere, poca cosa, poco charme, poveri uomini nostri, come si dice oggi, tutti singles, mi pare, beh all’epoca nostra si diceva pipparoli ma ora li chiamano così.”

A questo punto, sciolto il ghiaccio, decisi di soddisfare le più recondite curiosità che avevo sempre nutrito nei confronti del famoso troione del posto. “Ma dimmi Loredana, tu, invece, come mai non ti sei mai sposata? Non dirmi che qui non c’era un uomo a modo con cui mettere su famiglia e non mi dire poi che non li vedi questi signori al parco che ti sbavano dietro al tuo passaggio, mentre ipocritamente si nascondono per la vergogna dei loro pensieri impuri dietro i giornali locali come spie russe del KGB in missione segreta.”

“Povero figlio mio, che ti devo dire, io solo un uomo ho amato nella mia vita, il Boss, un pezzo d’uomo con una minchia tanta che mi pareva John Holmes.”

Non potevo credere di essere messo al corrente degli intimi segreti della Loredana ed ero realmente emozionato per il mio ruolo di custode di un pezzo di storia cittadina.

“ll Boss dici? Ma chi, il macellaio cravattaio dei mercati generali o quel tipo che spaccia la coca vicino alle scuole medie? Dimmi dai, che di Boss in questa fogna di quartiere ce ne sono assai.”

“Ma che sei pazzo? Mi ci vedi a me, una signora, maritata con quei buzzurri lì che non sanno né parlare né stare zitti e hanno preso sì e no il diploma elementare. No caro figlio, il Boss mio è un poeta e un cantante, mica cazzi.”

Iniziai a pensare che la Loredana oltre che mignotta fosse anche alcolizzata, dato il tenore della cazzatona proferita quando lei, tutta impettita, mi disse: “Lo sai che il Boss mio mi ha dedicato una canzone, proprio a me, alla Loredana sua?”

Cercai di dissimulare il disagio di dover confessare a Loredana che a questo punto ritenevo che la dose di cazzi che aveva assunto nel corso della sua intensa vita sessuale di meretrice le avesse spappolato il cervello, quando lei, a un tratto, iniziò sdolcinatamente a cantare: “Sto lavorando davvero duramente cercando di mantenere le mie mani pulite, stanotte guideremo per quella polverosa strada da Monroe fino ad Angeline per comperarti un anello d’oro e un bel vestito blu, piccola solo un bacio ti farà ottenere tutte queste cose, un bacio per segnare il nostro destino stanotte, un bacio per provarlo tutta la notte.”

Trasalii nel pensare quello che effettivamente stavo pensando.

“Cioè, quindi, a questo punto, vorresti dirmi che il Boss tuo è, cioè, no, non può essere, vorresti dirmi che ti sei scopata Bruce Springsteen?”

Loredana mi aveva cantato, guaito o latrato, comunque dir si voglia, la canzone “Prove it all Night” di Bruce Springsteen e dal tono nonché dalle lacrime che le sgorgavano dagli occhi, non potevo credere che mi stesse prendendo per il culo. Lei si risentì per la mia volgarità e mi rispose in tono caustico: “Io con il Boss mio non scopavo, figlio mio, io con lui ci facevo l’amore.”

Forse avrei dovuto assentire all’incredibile storia per rispetto verso Loredana ma non riuscii a trattenermi: “Ma dai Loredana, mi stai dicendo che hai avuto una storia d’amore con Bruce? Proprio tu che non ti sei mai allontanata dal quartiere. Mi prendi in giro, vero?”

“Figlio mio. Io sono sempre vissuta qui, ma nel 1998, Marcello il pappone mio a quel tempo, che Dio l’abbia in gloria perché è morto carcerato tre anni fa, mi mandò a Bologna perché lui, poveraccio, aveva perso un sacco di soldi alla bisca del quartiere e quindi decise di farmi lavorare in giro per l’Italia per raggranellare i soldi per tirare avanti.”

“Ah non lo sapevo, quindi hai lavorato a Bologna?”

“E certo, figlio mio, a Bologna, in zona fiera, vicino alla tangenziale.”

“Beh, sì, conosco la Fiera di Bologna, suppongo fosse dura in fiera, 10 ore al giorno negli stands espositivi sempre in piedi per promuovere la merce ai clienti delle esposizioni.”

“A chi lo dici figlio mio, col cazzo che stavo dentro la fiera, si stava sempre in piedi, un freddo boia mentre esponevo la mercanzia mia ai clienti sulla tangenziale, due coglioni tanti così ad aspettare, ma all’epoca di grana ce n’era in giro, non come oggi che questi morti di fame prima vogliono una pompa gratis poi, nel caso, ti danno il cinquantino per una botta.”

“Ti capisco Loredana, la crisi ha travolto tutto e tutti degradando l’arte sacra del meretricio a bassa manovalanza delle perversioni di massa. Che schifo.”

“Ah Franti, tu quando parli non ci si capisce un cazzo, però ho sempre saputo che sei un bravo ragazzo nonostante sei sempre ’mbriaco.”

Non riuscii a fare a meno di arrossire a quel pregevole complimento ammaliato dal fascino di Loredana, ma la curiosità circa la sua tresca con Bruce mi travolgeva, quindi decisi di insistere.

“Scusa, ti ho interrotto, dimmi del colpo di fulmine con il Boss.”

“Ebbene, io al Boss mio l’ho incontrato una sera proprio sulla tangenziale a Bologna, nel dicembre del 1998. Lui guidava una Fiat 128 Mirafiori blu, ancora me lo ricordo come fosse ieri. Stavo congelando dal freddo perché m’ero fatta ’na botta di cocaina tanto per passare il tempo e lui si accosta al marciapiede e mi fa: uè bela prosuttona, ciame a casa mi che ze te offro un cicchetto de lambrusco e poi te do ’na bota dint al cul. Io non ci avevo capito niente di ciò che diceva, ma aveva un bel fisico e un faccione tutto rosso paonazzo che sembrava babbo natale e ho accettato di montare in macchina. Siamo andati a casa sua al centro della città, lui mi ha fatto accomodare in poltrona, ha acceso una candela e ha iniziato a bere il lambrusco. Era mezzo ubriaco e mi ha chiesto di ballare nuda davanti a lui. A questo punto ha preso una chitarra e ha iniziato a cantare quella canzone che fa ’provalo tutta la notte’, anche se non si capiva un cazzo delle parole perché secondo me era proprio fatto perso. Alla fine io mi stavo per sedere nuda vicino a lui e mi sono accorta che stava dormendo, così mi sono rivestita e sono tornata a casa a piedi. Ti rendi conto, figlio mio, ma quando le fanno le serenate gli uomini al giorno d’oggi? E poi voi maschietti siete sempre pronti a mettere le mani addosso a una signorina mentre il Boss mio manco mi ha sfiorato, tanto è un signore.”

Quasi intontito dal racconto fiume della Loredana mi permisi di intervenire e le chiesi: “Ma scusa Loredana, se tu della canzone che ti ha cantato a casa sua quel tizio non ci hai capito un cazzo per tua stessa ammissione, come fai a sapere che era Prove it all night il brano che ti ha dedicato?”

Lei mi guardò con un fare materno e mi disse: “Figlio mio, proprio se vede che non capisci un cazzo e sei un po’ tonto. Dopo un anno che stavo a Bologna e lavoravo alla Fiera una collega mi chiama e mi dice ’A Loredà, te ricordi il tipo ’mbriaco con la Fiat 128 Mirafiori, quello che manco t’ha pagato e s’è dormito senza scopà? Eh, proprio quello, ieri l’ho visto alla televisione e me sa che c’avevi ragione te che era un cantante famoso.”

Il giorno dopo sono andata in un negozio di dischi e l’ho visto sulla copertina, il Boss mio di quella sera, e subito l’ho comprato il disco suo, Darkenesse qualche cosa si chiamava. Appena ho ascoltato la canzone l’ho riconosciuta e ho capito che l’aveva scritta per me e quella sera me la stava dedicando. È tanto romantico il Boss mio.”

Oramai quasi rincoglionito dall’eloquio della Loredana decisi che era davvero troppo ed era ora di andarmene ma non prima di dirle: “Caspita Loredana, quasi ti invidio che hai vissuto una così bella storia d’amore e ti dico che è vero, di uomini così non ne nascono più.”

Lei commossa mi guardò e con un cenno della testa annuì allontanandosi impettita per le strade del quartiere dirigendosi verso coloro che quotidianamente abusavano di un pezzo della sua esistenza.

Riprendo il cammino per dirigermi al Ponte della Vittoria, un nome davvero curioso per il mio attuale domicilio, un ostello della povertà e della miseria che condivido in compagnia di ratti e miserabili come me.

È freddo. Lo stesso freddo di cui parlava Loredana, un’intensa sensazione di dolore alle ossa che ti stropiccia il cuore che raggela ma pulsa in questa notte di incubi visivi e ricordi malinconici.

No, Loredana non era una troia e neanche la mia Candiska lo è, non mi interessa quando ci perderemo e dove morirà la nostra passione, perché sia io che lei sappiamo cosa significa rubare, mentire, imbrogliare, vivere, morire e amare

Mi fanno male i piedi ma continuo a camminare nel buio di strade piene di ombre.

Ponte della Vittoria sto arrivando, lontano da sguardi indiscreti e sotto i tuoi archi e i tuoi pali di sostegno continua a vivere la mia anima incestuosa all’interno delle cavità oscure di questa città.

Provalo tutta la notte, provalo tutta la notte ragazza, e denuncia gli imbrogli, provalo tutta la notte, provalo tutta la notte e, ragazza, io lo proverò tutta la notte per il tuo amore.

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