Something in the night

Sei nato senza nulla ed è meglio così, appena riesci ad avere qualcosa loro ti mandano qualcuno per cercare di portartela via… Sono le 22,30 di un’uggiosa serata di aprile, una notte come le altre nella vita scorta e sconta che vivo nel mio bugigattolo, perlomeno ancora mio solo per pochi minuti. “Due copridivano in tessuto indicanti nella parte superiore l’etichetta ’stock market’, un trumeaux visibilmente usurato del valore percepibile di € 35, un abat-jour color nocciola non funzionante, un tappetino da bagno indicante nella parte inferiore l’etichetta ’Scorta e Sconta’, una pila alogena per la lettura notturna , un astuccio portasigarette, kit per la costruzione di un erogatore elettrico di bolle di sapone, una fiaschetta per alcolici di bronzo della misura di cm 12 per cm 2 esternamente arrugginita”. Il distico in versi dell’ufficiale giudiziario assomiglia a una nenia urticante. Privo di fantasia, creatività e senso dell’umorismo il pubblico ufficiale declama la lista degli oggetti che compongono la mia vita come se leggesse le previsioni del tempo. Non che lo odi per questo, figuriamoci, e anzi con quel suo papillon a pois e quella giacca da impiegato del Catasto mi suscita un delicato senso di ilarità e dolcezza. Chissà quante volte ha scippato oggetti a disperati come me nella sua stoica convinzione di espletare un dovere superiore, quasi mistico, il volere degli dei della giustizia e del corretto vivere civile. Eppoi lui avrà una moglie a casa, due marmocchietti e una quantità di finanziamenti Findomestic da accapponare la pelle e quindi in fin dei conti è un povero stronzo, tanto quanto me, con la differenza che io di mogli ne ho avuta una che ora vive con un assicuratore di Latina e di figli non ne ho avuti neanche uno.

Marina, neanche nei suoi confronti nutro alcun astio anche se me la immagino qui a godere sadicamente mentre il damerino in papillon spazzola via la mia pila alogena per la lettura notturna bofonchiando cose del tipo “Te lo dicevo che incaponendoti a fare lo scrittore finivi in mezzo a una strada”. Beh, lei non sapeva coniugare un verbo ma aveva due grandi tette e un bel culo sodo. Io l’amavo per questo e francamente me ne fottevo la minchia dei suoi irriverenti commenti ai mie romanzi, in quanto ero ben conscio del fatto che quei giudizi erano ampiamente condizionati dai diritti d’autore alternativamente incassati: un ventaglio stropicciato di espressioni varianti dal bastardo fallito dell’assegno da 1.800 euri al talentuoso amore mio in caso di bonifico da 12.400 euri. Se proprio devo dirlo, l’unico dettaglio che non riesco a capire è quello relativo alla presenza di un carabiniere dal fare palesemente incazzato a corredo dell’ufficiale giudiziario in versione sceriffo di Nottingham.

Non che la mia fama di attaccabrighe e rompicoglioni sia del tutto immotivata: una sera su due nel ritornare a casa, completamente sbronzo, inizio a suonare i campanelli del condominio in cui vivo annunciandomi come un venditore porta a porta di pile alogene per la lettura notturna. “Un letto con doghe rotte e un frigobar vuoto”. La lista della spesa del pignoramento giudiziario si allarga a dismisura coinvolgendo anche le infrastrutture di base del mio appartamento. Il volto tirato del carabiniere si contorce in un ghigno sarcastico buttato lì giusto per farmi capire, come se ce ne fosse bisogno, che secondo il suo punto di vista del letto potrei farne serenamente a meno, essendo io il tipico esemplare di essere umano che dovrebbe coricarsi sotto un ponte.

Tento di attaccar bottone con le forze dell’ordine così, tanto per passare il tempo: “Salve appuntato, mi scusi, posso domandarle se lei è stato ferito al ginocchio nella sparatoria della settimana scorsa al Banco di credito cooperativo alla Garbatella? Non vorrei sembrarle impudente, ma dal suo portamento noto un’asimmetria posturale che denota uno sbilanciamento della colonna vertebrale, un po’ come se fosse stato penetrato da un negro e ciò le abbia cagionato un impedimento nell’incedere. Non una malformazione congenita, per carità, tipo le deformazioni degli zingari che chiedono l’elemosina agli angoli delle strade. Una ferita da eroe, intendo”.

Una rabbia repressa che ha qualcosa di lombrosiano deturpa il volto del carabiniere mentre avanza volteggiando nell’aria la mano destra in direzione del mio volto. Ho già capito le intenzioni ma i miei, di movimenti, sono di una lentezza imbarazzante, e non riesco a evitare il malrovescio che investe la mia faccia come un tornado lasciandomi intontito ma ancora in piedi. L’ufficiale giudiziario sente lo “schioc” del colpo vibratomi dal carubba e dirige lo sguardo verso di me per poi virarlo subito verso il milite con intenzioni censoree. “Ma cosa le passa per la testa appuntato, si dia un contegno! Vorrei finire il mio lavoro qui al più presto possibile e non ho voglia di firmare verbali a causa dell’arresto di questo poveraccio. Ora basta e gli chieda scusa, così terminiamo questo incombente dell’inventario dei beni pignorati e leviamo le tende”.

Beh, non che io sia un esperto del codice penale, ma ritengo di avere almeno qualche straccio di diritto. “No guardi, signor pubblico ufficiale, il carabiniere qui presente non se la può cavare con una scusa en passant in quanto mi ha percosso nel corso dei suoi doveri d’ufficio, pertanto io esigo e ripeto esigo, di veder risarciti i miei diritti di cittadino mediante l’esborso a mio favore di sei euri. Non mi sembra di essere esoso, sebbene la somma dovrebbe essermi consegnata subito per pagare un gin tonic che ho preso a credito ieri sera al pub qui di fronte”.

Il carabiniere si irrigidisce e capisco che non ha la minima intenzione di darmi la grana, ma fortunatamente l’ufficiale giudiziario tenta una mediazione in extremis, “Appuntato, gli dia questi benedetti sei euri e facciamola finita, la prego. Ho da fare le ho detto e non ho tempo da perdere in mercanteggiamenti da marocchino”.

Mi sento in dovere di rettificare perché la trattativa è un’arte sia per i marocchini che per me: “Invero, non si tratta di un mercanteggiamento mio caro, bensì di una negoziazione tra gentiluomini, e io ho la medesima sua fretta di togliervi dalla mia vista e dai miei coglioni, se mi è permesso e con rispetto parlando”.

Il carubba ormai esasperato intrufola le mana sinistra in tasca e tira fuori un foglietto stropicciato che deduco essere una banconota. “Ho solo 10 euri in tasca, ma tu ne hai chiesti sei”.

“Non si preoccupi, ufficiale, se lei preferisce le rilascio una quietanza di pagamento con riserva di consegnarle il resto sotto forma di buono di consumazione al pub qui di fronte”.

l carubba mi sgancia la banconota e ritira la mano come se volesse evitare il contagio da peste bubbonica. Mi infilo il decino in tasca e ringrazio con un leggero inchino mentre osservo l’ufficiale giudiziario chiudere il verbale di ritiro e il carabiniere apporre i sigilli ai beni che da ora in poi non dovrei neanche usare. L’omino con il papillon mi consegna il verbale chiedendomi di firmarlo e io butto li uno scarabocchio illeggibile che rimira attraverso i suoi occhialini con perplessità. “Cosa è ’sta roba? Con questa scrittura non posso comprendere se il nome riportato dai documenti sia corrispondente alla firma di riconoscimento”.

“Ma cosa vuole ancora? Guardi che quella definita da lei impropriamente ’sta roba, un giorno diverrà un cimelio da rivendere a suon di bigliettoni. Piuttosto si faccia una fotocopia o meglio un calco con l’inchiostro simpatico e la mantenga gelosamente custodita in cassaforte, altro che i sei miseri euri elargiti dal carubba!”.

Il carabiniere mi guarda con odio e l’ufficiale giudiziario con una smorfia schifata si gira dirigendosi verso la porta. Puoi percorrere questa strada fino all’alba senza incrociare nessun altro essere umano, soltanto ragazzi che si consumano in qualcosa nella notte.

I sei euri meritatamente guadagnati sono una manna dal cielo per la mia sete atavica. L’uscita dal portone del palazzo è un pugno sui denti: alle 23.30 un tempo nuvoloso di merda corredato da un andirivieni di umanoidi per la strada fa somigliare questa puzzolente città a un enorme centro commerciale all’aria aperta. Con le mani in tasca e il bavero rialzato della giacca griffata OVS mi dirigo verso il pub che per mia fortuna è aperto praticamente 24 ore su 24. Il proprietario del locale, di nome Cosimo, è un unto e traccagnotto sessantenne proveniente da un paesino della Basilicata, da una decina di anni emigrato qui in cerca di fortuna, parola che nella sua personalissima accezione corrisponde al sogno di aver avviato un’attività in un quartiere con notevole densità di alcolisti.

Di buon grado entro nel locale mentre Cosimo è intento in un colloquio con l’agente di commercio della zona che mensilmente lo rifornisce di Amaretti di Saronno, Amari Averna, Cynar e grappe, ovvero di ogni ben di Dio disponibile sul mercato. All’interno del pub non c’è anima viva a esclusione di un ragazzotto all’incirca venticinquenne assorbito nel pasteggio di un bicchiere di rhum che di vivo ha ben poco a dir la verità, il che conferma la mia impressione che nel pub non c’è proprio anima viva. Mi avvicino al bancone tentando di non disturbare Cosimo dall’affare in corso: “Ehi Oste, eccoti i sei euri di ieri sera, e con questo direi che non ho più pendenze economico-alcolemiche con il pub. Se permetti con l’occasione intenderei festeggiare l’estinzione del debito con un grappino gentilmente offerto dal baldo giovane seduto qui accanto”. Il ragazzo si accorge a malapena di me e annuisce in segno di apprezzamento invitando Cosimo a versarmi il cicchetto. Dopo aver agguantato il grappino come se fosse un’ampolla sacerdotale mi siedo accanto al ragazzo che sembra quasi in trance: la sua testa dinoccola come in un mantra e le mani gli tremano come fosse un tizio con l’alzheimer.

“Ciao baldo giovane, innanzitutto vorrei ringraziarti per il grappino, oggigiorno non capita spesso di incontrare giovanotti che condividono i gusti e le inclinazioni degli alcolisti. Del resto voialtri siete cresciuti a playstation e pasticconi, quindi cazzo ne volete sapere di sbronze prese scientemente e con istinti goderecci”.

Nulla da fare. Questo non è presente all’interrogazione ma non me la sento di rifilargli un due in pagella dopo che ha sganciato il malloppo per il grappino. “Allora, ricapitolando, io mi chiamo Franti ok? Come lo studente scassacazzi del libro Cuore, e tu come ti chiami, caro il mio compagno di bevuta allucinato?”.

La sua testa compie una rotazione di circa 90 gradi grazie alla quale riesco a vedere nitidamente i bulbi oculari annebbiati e semiassenti. “Oh vecchio, ma che cerchi? Hai preso il grappino, no? Adesso lascia stare e fatti i cazzi tuoi. Ma come te ne va di parlare a quest’ora, non lo vedi che sono un tossico, Dio Cristo, e non ho voglia di colloquiare, chiaro?”.

Sì, ora vada per il senso di gratitudine per il grappino offerto, ma sarebbe il caso che “vecchio” ci chiamasse quella testa di cazzo di suo nonno. “Ue’ sbarbo, io ho la tenera età di quarant’anni, pertanto sono nel fiore della mia perdizione, e mi spieghi inoltre come faccio a sapere della tua fattanza? Non ho la fortuna di beccarmi milleseicento euri e sottolineo milleseicento euri come quegli impiegatuzzi del Servizio Tossicodipendenze della Asur, quindi in definitiva non ho l’occhio clinico per i fattoni”.

Il ragazzo emette una sorta di rantolo che dovrebbe corrispondere alla premessa del discorso: “Dai ci siamo ormai no?! Ho capito che non hai intenzione di smettere questa manfrina. Io mi chiamo Paolo, ora sei contento? Ue’, mi vuoi mica inculare? Sei mica frocio te?”.

“Scusa Paolo, ma anche fossi frocio cosa faresti, mi discrimineresti? Premesso che a me piacciono la figa e gli alcolici e non saprei fare una graduatoria tra quale dei due mi piaccia maggiormente, mi spieghi di cosa stiamo parlando? Un tossico che discrimina un alcolista scambiandolo per un culattone. Minchia, dopo lo sfratto ci mancava questa parabola dell’assurdo”.

Paolo, ovvero il fattone, si alza di scatto come in preda a una crisi. “Oh porca puttana, ora mi hai scassato la minchia, Ma come cazzo parli? Ma chi sei, un pulotto in borghese? Oh, vai a cagare, io la roba non ce l’ho addosso, capito? Vaffanculo a te e a sto locale di merda!”.

Un rumore di porta sbattuta crea un effetto terremoto nel locale e Cosimo, con la sua classe da mescitore di vini d’annata, si muove da dietro il bancone e mi ruggisce davanti alla faccia: “Merda Franti, quante volte ti ho detto di non venire qui a rompere le palle ai clienti. Ti avverto che se continui così i grappini a credito non te li sgancio più e ora vattene, che già ’sto agente di commercio mi rende nervoso, ci mancavi anche te oggi”.

“Ok d’accordo, ma non ti scaldare troppo con i clienti abituali come me e ricordati, un giorno questa fetida bettola passerà agli annali per aver ospitato tra i suoi clienti un fior di scrittore e intellettuale come il magistrale Franti. E ora saluto sia te che quel tagliagole dell’agente di commercio a cui porgo i sensi della mia disistima”.

Esco dalla bettola con un umore rasente lo zero e mi incammino, senza meta e fissa dimora, per le vie di questa città ostile. In cerca di un solo istante in cui il mondo sembra giusto e mi insinuo nelle budella di qualcosa nella notte.

FRANTI

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